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La
Cultura del Piceno
I Piceni,
popolo di incerta origine, che la tradizione latina ricollegava ai Sabini,
mentre per taluni deriverebbero dalle popolazioni illiriche, abitarono
le Marche fin dall'VIII secolo. Popolo misterioso del quale fino a pochi
anni fa si sapeva pochissimo: i Piceni infatti non costruirono città e
scrissero poco, rarissimi e tuttora indecifrati i documenti scritti. La
loro fu la civiltà più importante e caratteristica della regione, della
quale esistono innumerevoli testimonianze: i sepolcreti sui colli e nelle
valli, necropoli nelle quali sono stati rinvenuti in enormi quantità gli
ornamenti e le armi di questo popolo guerriero. Meravigliosi oggetti in
bronzo, ferro, argilla, osso, avorio, oro, argento, tutti rinvenuti negli
scavi degli ultimi decenni. Di tombe sono state trovate moltissime, 2000
solo nella necropoli di Numana. Dagli oggetti rinvenuti e dal tipo di
sepoltura, risulta chiaro che quella dei Piceni era essenzialmente una
civiltà guerriera. Gli uomini di cui sono state studiate le sepolture
risultano sempre armati, e osservando l'evoluzione della società picena,
si può notare un continuo aggiornamento in fatto di armi: si passa dalle
più antiche spade di bronzo alle spade e ai pugnali di ferro delle fasi
successive. E le armi cambiano anche in funzione dei popoli vicini con
cui i Piceni si confrontavano militarmente. Infatti, nell'ultima fase
della loro civiltà, prima della definitiva sottomissione a Roma, le spade
dei Piceni erano di tipo celtico. La presenza dei Celti nella regione
è documentata da importanti ritrovamenti, come la tomba del guerriero,
certamente un capotribù celto, rinvenuta nei pressi di Fabriano e databile
al IV secolo a. C., che conteneva un elmo in bronzo, una spada di ferro
con fodero in bronzo, insieme a elementi metallici della bardatura di
un cavallo. O ancora, il famoso "guerriero di Capestrano", impressionante
statua di un uomo di rango principesco, bardato di tutto punto e con in
testa un gigantesco cappello, che assomiglia in maniera sorprendente ad
alcune statue di principi celtici rinvenute nelle terre dell'Europa centro-occidentale.
Dopo una fase più arcaica e più chiusa che si pone tra l'VIII e il VII
secolo, appare fondamentale per i Piceni l'influsso così detto "orientalizzante",
dominato cioè da una cultura provieniente dal bacino dell'Egeo sia per
il tramite degli Etruschi, sia per l'importazione diretta dal mondo ellenico
che potè far giungere, fin dal VII secolo a. C. i segni della sua civiltà,
della quale testimonianza diretta è Numana che fu per i Greci importante
centro commerciale. Malgrado gli influssi dei Greci, le invasioni dei
Galli Senoni dal nord, l'arrivo dei Sicelioti dal sud, la civiltà picena
risultò alquanto immune da qualsiasi forma di fusione, riuscendo a mantenere
la sua peculiarità. E infatti, mentre la civiltà mediterranea arrivava
alle sue più alte conquiste, nello stesso periodo in cui fioriva la Grecia
di Pericle e maturava la grandezza di Roma, il Piceno ci appare un'isola
appartata, sdegnosa, una stirpe di vecchi e stanchi guerrieri, che accetta
nel 299 a. C. di stipulare un equum foedus coi Romani e ad essi, trentun
anni dopo, pienamente si sottomette. Il territorio piceno diventa teatro
di importanti episodi: nel 295 a. C. si combatte a Sentino la battaglia
che doveva rimanere una delle pietre miliari della conquista romana; a
Fermo nel 279 sverna l'esercito romano prima di muovere contro Pirro;
al Metauro nel 207 la disfatta di Annibale. In seguito il Piceno dà comandanti
e tribuni a Cesare e Ottaviano, così come aveva dato navi a Duilio nella
lotta contro Cartagine. Divenuta la V delle undici regioni nelle quali
Augusto divise l'Italia, le Marche si arricchirono di importanti monumenti
romani, le cui testimonianze restano nelle rovine di Ostra e di Helvia
Recina, in quelle di Urbisaglia e Falerone, nell'anfiteatro di Ancona
e in quello di Suasa, nei ponti sul Metauro e in quelli ascolani, nell'arco
di Augusto a Fano e in quello di Traiano ad Ancona. L'unità della V regione,
che sotto l'impero di Diocleziano ancora resisteva, cominciò a sgretolarsi
alle prime ondate di invasioni barbariche, fino ad arrivare alla donazione
del territorio piceno alla Chiesa, confermata da Pipino nel 752 e rinnovata
nel 774 da Carlomagno: un diritto destinato a rimanere per undici secoli
il tema dominante delle vicende storiche marchigiane.
E' in questo periodo
che dal germanico "Mark" (confine) si denomina la Marca di Camerino, staccatasi
nel IX secolo dal ducato di Spoleto, che muterà nome in Marca Fermana
un secolo dopo. Più tardi la "Marca Warnerii" (dal nome del suo primo
investito) diviene la Marca di Ancona, che successivamente assorbirà anche
quella di Fermo. Tra l'XI e il XIV secolo le Marche vivono un periodo
di grandi eventi che le porteranno ad assaporare il sapore sia della gloria
che della miseria. Ancona si rafforza nei traffici marittimi e resiste
a Lotario nel 1137, a Venezia nella guerra del 1151 e al Barbarossa che
l'assedia nel 1167. Le città costiere, trascinate dal movimento sorto
in Toscana, si alleano per resistere ai tentativi della dominazione imperiale,
e il potere, frazionato nella lotta tra guelfi e ghibellini, si sminuzza
e divide in ogni comune e contado. E' di questo periodo lo sviluppo della
produzione della charta bombacina , la carta di lino prodotta dai maestri
artigiani di Fabriano. I Comuni prosperano, i commerci portano benessere
e i cittadini acquistano dignità e senso di vita associata nella partecipazione
alle sventure e alle fortune. E pace e guerra si avvicendano tra comune
e comune, fra plebe e nobiltà, fra vescovi e feudatari, fra antichi previlegi
e nuove imposizioni. Così la storia della regione si spezzetta nelle singole
storie di questi eventi e nelle cronache dei comuni, dei castelli, dei
borghi, accumunati dalla crescente influenza religiosa e ecclesiastica.
Intanto le valli e i paesi marchigiani si popolano di monasteri e conventi,
dai più antichi benedettini a quelli francescani e domenicani. Dell'affermarsi
del francescanesimo ci sono testimonianze in ogni luogo, nei monasteri
e nelle chiese e basterà ricordare che fra Sarnano e San Ginesio, nei
conventi di Montegiorgio e di San Liberato, nacquero i "Fioretti di San
Francesco".
La Chiesa romana è tuttavia ben presente, pronta a
ricordare a comuni, signorotti e feudatari i propri diritti discendenti
dall'antica donazione, cercando di rivendicarli o ricorrendo alla concessione
del vicariato pontificio, fino a quando nella metà del '300, con la legazione
del cardinale Albornoz, e con le notissime Constitutiones Aegidianae che
ne conclusero l'abile opera, non riuscirà a condurre un gran numero di
città e castelli alle proprie dirette dipendenze. E' di questo periodo
un fiorire di arte, architettura e urbanistica che ancora oggi segna il
volto più caratteristico dei paesi marchigiani. La nuova architettura
gotica ad esempio, che nella chiesa di S. Maria di Chiaravalle presso
Jesi, offre uno dei suoi esempi più antichi e rilevanti. Le nuove chiese
attirarono pittori da ogni parte; il gruppo dei trecentisti riminesi fu
attivo nell'urbinate e a Tolentino nel Cappellone di San Nicola. Grande
sviluppo ebbe l'attività edilizia, in stretto rapporto con la fervida
vita politica e comunale: e dunque accanto alla chiesa, anche nelle piazze
delle vecchie cittadine marchigiane sorge il palazzo del Comune, o quello
del Podestà. E le città sono munite di nuove mura e protette da ordinati
sistemi fortificatori, rocche, torri, castelli, in ogni varietà.
Il Rinascimento è la stagione
felice nella storia delle Marche, che raggiunse il suo punto massimo ad
Urbino. Qui il principe guerriero e umanista Federico II di Montefeltro
fece venire i più alti ingegni e artisti dell'epoca. Il duca reso monocolo
da un incidente durante un torneo che l'aveva tenuto per mesi tra la vita
e la morte, era tutt'altro che un semplice capitano di ventura, per quanto
coraggioso stratega: era un vero principe, colto illuminato, sereno. A
lui si deve, a partire dal 1465, la ricostruzione e l'enorme ampliamento
del palazzo di famiglia. Dopo anni passati con l'armatura addosso, amante
della pace come sanno esserlo solo i veri uomini di guerra, dopo aver
gestito da politico sopraffino il trattato di accordo tra le grandi potenze
italiane (pace di Lodi, 1454), finalmente il duca può togliersi la corazza.
Il palazzo ducale, il più importante ed integro edificio civile del Quattrocento
europeo, diviene la meta verso la quale convergono artisti da tutte le
regioni d'Italia ma anche dalla Spagna e dalle Fiandre. Nella regione
intanto non si erano del tutto sopiti vecchi idealismi delle libertà comunali.
I Montefeltro a Urbino, i Varano a Camerino, i Malatesta a Fano e a Pesaro,
i Chiavelli a Fabriano, i grandi e piccoli signori marchigiani, a Sassoferrato,
a Fermo, a Matelica, a San Severino, che durante tutto il Quattrocento
gareggiarono sia nell'acquisto del potere che nelle virtù umanistiche,
dovettero fronteggiare congiure e ribellioni di popolo. A Fabriano, in
chiesa, nel giorno dell'Ascensione del 1435, tutta la famiglia dei Chiavelli
cadde sotto i colpi di pugnale di una congiura, così come a Urbino il
giovane duca Oddantonio sarà ucciso per la via da un turba feroce di popolo
che lo acclamava fino a ieri. In quegli anni Francesco Sforza impone in
molti luoghi delle Marche la sua signoria, la Chiesa conferma la sua supremazia
e poco più tardi anche Sigismondo Malatesta, dopo lungo assedio, perde
Fano, ultimo dominio di sua famiglia nelle Marche.
L'inizio del 500 segna il declino delle superstiti signorie. Cesare Borgia
abbatte in nome della Chiesa i feudi della Romagna e delle Marche: a tradimento
toglie il ducato a Guidobaldo di Montefeltro e prende Camerino facendovi
strangolare Giulio Cesare Varano e due suoi figli. Leone X passa il ducato
di Urbino al nipote Lorenzo de' medici e Francesco Maria della Rovere
lo recupera, alla morte di lui, co sommissione alla Chiesa. Nel 1532 cade
la libertà di Ancona. Poco dopo Paolo III offre il Ducato di Camerino
al nipote Ottavio Farnese. Ormai tutte le Marche sono ritornate a far
parte degli stati della Chiesa, ad eccezione del Ducato di Urbino che,
co Pesaro e Senigallia, rimarrà in possesso dei Della Rovere fino alla
estinzione della famiglia, nel 1631. nel 1585 venne eletto papa felice
Peretti con il nome di Sisto V; egli era nativo del Fermano, di discendenza
albanese e con passato da inquisitore. Le carestie si susseguivano di
anno in anno e quella del 1648 provocò a fermo anche un'insurrezione popolare.
Contadini e popolani si vedevano portar via verso Roma tutto il grano
dello scarso raccolto. A seguito della sommossa venne ucciso il responsabile
degli ordini monsignor Visconti. la repressione pontificia fu esemplare.
Mille e duecento fanti capeggiati da Monsignor Imperiali, trecento mercenari
corsi, una compagnia di soldati armati con carabine, una compagnia di
soldati con corazze, due compagnie di fanteria italiana e due di carabinieri
arrivarono a Fermo seminando terrore e sbigottimento. Per far luce sui
fatti venne fatto largo un largo uso della tortura; non si conosce il
numero dei popolani che vennero giustiziati.
Nel 1799 le Marche si trovarono sotto il dominio dei francesi. Un dominio
peraltro indebolito dai continui attacchi dei borbonici, che erano riusciti
ad occupare Ascoli al comando del conte Clemente Navarra. Il 6 giugno
Navarra, insieme a Sciabolone, pecoraro di Lisciano sopra Ascoli, marciò
verso fermo con una truppa di briganti armati di archibugi e coltellacci.
vennero accolti dal clero con grandi feste e molti furono i popolani giustiziati
perché ritenuti giacobini. Navarra fece un bando per l'arruolamento di
tutti gli uomini validi dai 18 ai 60 anni. Si presentò solo il contadino
Domenico Scatasta, che promise di reclutare 300 uomini e 300 cavalli e
venne nominato generale. Per la verità riuscì a reclutare solo 33 uomini
e 8 brocchi e insieme ai suoi scagnozzi cominciò a terrorizzare non soltanto
i giacobini, ma anche i locali proprietari terrieri. Quando, il 6 luglio,
Navarra fu arrestato, corse in suo aiuto De La Hoz, ex ufficiale dell'esercito
austriaco, di origine spagnola, con passato da giacobino e presente da
bigotto e reazionario, che occupò Fermo. Il 30 luglio De La Hoz insieme
al generale Scatasta e al generale Sciabolone partì contro i francesi
alla conquista di Ancona. " Il generale Mournier, informato della situazione,
il 10 ottobre rischia una sortita e attacca. Sciabolone e Scatasta cercano
un fosso in fondo al quale attendere che sia passata la buriana, i loro
uomini si disperdono velocemente dalla parte opposta da quella da cui
arriva il nemico, ma De La Hoz, perso ogni controllo, continua a galoppare
verso i francesi con la sciabola sguainata, sperando in una morte gloriosa
con una pallottola in fronte; gli andò male anche questa, perché la pallottola
la prese all'inguine, ma morì lo stesso. Aveva ventisei anni. Navarra
e Scatasta tornarono a Fermo, appoggiati questa volta dalla cavalleria
prussiana. E alla fine di ottobre sbarcarono al Porto di fermo alcuni
reparti ottomani comandati dal generale Mustafà, in onore del quale nobiltà
e clero dettero una grande festa" ( a cura di J. Lussu Storia del Fermano
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